Dai giorni bui della pandemia al calcio: Cremona e la Cremonese vedono la luce

È una delle zone più colpite d’Italia dal coronavirus, ma il patron dei grigiorossi Arvedi ci ha messo del suo per risollevare città e squadra. Tra poco anche i calciatori potranno tornare alla (quasi) normalità

Il Covid 19 ha colpito tutta l’Italia, chi più e chi meno. Guardando la Serie B, la zona più critica è stata quella legata alla Cremonese, nel cuore della pianura padana. Un territorio messo in ginocchio con centinaia di morti, una squadra che ha avuto più difficoltà delle altre a rimettersi in piedi. E se l’ha potuto fare, è stato soltanto grazie alla sua organizzazione e alle potenzialità della sua proprietà.

ARVEDI—   La prima preoccupazione del cavalier Giovanni Arvedi e dei suoi uomini è stata per la città. L’imprenditore-filantropo ha contribuito in diversi modi a varie iniziative, nei giorni più difficili, per le cure dei contagiati: ha sostenuto per esempio il soggiorno a oltre 60 americani arrivati per costruire il campo ospedaliero, e ha costituito con altri soggetti una onlus che raccoglie fondi per gli ospedali della zona. Poi ha pensato anche alla squadra. La fortuna è stata quella di aver da tempo realizzato un centro sportivo – che porta proprio il nome del Cavaliere – nel quale ci sono tutte le strutture necessarie per i giocatori, tranne gli alloggi.

Non sono stati registrati casi di positività nel club, ma tra i collaboratori purtroppo si contano delle vittime: il magazziniere del settore giovanile, per esempio, oltre allo storico speaker dello stadio. “È stata una vicenda vissuta con grande apprensione – spiega il d.g. Paolo Armenia -, visto che questa è stata la zona più colpita d’Italia. Abbiamo cercato di gestire la situazione nel miglior modo possibile, cercando di mettere al primo posto sempre la salute dei dipendenti e dei tesserati. Siamo stati i primi a interrompere l’attività del settore giovanile, e alle prime avvisaglie anche la squadra s’è fermata, subito dopo la trasferta di Frosinone”.

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